XXXVIII STAGIONE

Domenica 29 maggio

ore 11.00

 

Mendrisio 

Chiostro dei Serviti

presso Museo d'arte

 

in caso di cattivo tempo Chiesa San Giovanni 

 

nella sala si svolge l'atelier per i bambini 

 

 

 

 

Concerti aperitivo con i musicisti dell’Orchestra della Svizzera italiana

 

Rarità per oboe e archi

 

Marco Schiavon oboe

Barbara Ciannamea violino

Aurélie Adolphe viola

Felix Vogelsang violoncello

 

Musiche di Mozart, Dohnányi, Britten

 

 

 

L’ascoltatore che per la prima volta ha frequentato un concerto sinfonico si sarà certamente chiesto quale è lo strumento che, prima dell’inizio dell’esecuzione, al momento dell’accordatura, suona il La che poi viene utilizzato da tutti quale rife- rimento. Ebbene, trattasi dell’oboe. Se ci si chiede il motivo, la situazione si com- plica e la risposta non è univoca: la sua stabilità, il fatto di avere meno oscillazioni nell’intonazione rispetto agli altri fiati o il tipo di suono estremamente centrato e incisivo. Forse la somma di tutto. Quel che è certo è che a partire dall’epoca di Bach l’oboe acquista in orchestra il ruolo di perno attorno a cui si sviluppa la sezione dei legni e sempre più abbandona il ruolo di raddoppio del violino per acquistare un ruolo più solistico.

Come per il corno (vedi concerto del 10 aprile), numerose – seppur in misura nettamente inferiore rispetto agli strumenti ad arco e a tastiera – sono le composizioni da camera (soprattutto in epoca barocca) ad opera di validissimi compositori, ma purtroppo solo raramente queste trovano spazio nelle sale concertistiche.

Come ogni musicista della sua epoca, Mozart era un grande estimatore dell’orchestra di Mannheim formata da musicisti di primissima qualità. Nel 1778 morì l’elettore Maximilian di Baviera, e Karl Philipp Theodor, suo erede e promotore dell’orchestra, si trasferì con tutta la corte a Monaco: fu la fine della famosa orchestra che venne fusa con quella di Monaco. Mozart, divenuto amico dei musicisti durante la sua permanenza a Mannheim nel 1777/1778 (poco prima che l’orchestra si trasferisse) li frequentò nuovamente a Monaco nel 1781, in occasione dell’Idomeneo. Fu in quel periodo che vide la luce il Quartetto per oboe e archi K. 370, scritto per Friedrich Ramm la cui bravura strumentale dissipò i dubbi di Mozart circa la sonorità troppo nasale del suo strumento tanto da scrivere un quartetto di altissima qualità, paragonata da einstein a quella del famoso Quintetto con clarinetto, e già annunciatrice della pienezza creativa raggiunta da Mozart al ritorno dal viaggio a Parigi.

Ernő Dohnányi è senza dubbio il meno noto dei tre compositori ungheresi che contribuirono a definire il linguaggio della musica del XX secolo: se infatti Béla Bartók e zoltán Kodály sono diventati nomi molto familiari, la fama postuma di Dohnányi è invece legata solo a poche opere. Scrivere per trio d’archi è per chiunque impresa non semplice, prova ne è la rarità di composizioni per tale formazione. Doppiamente meritevole e certamente ben riuscita la scelta di Dohnányi, la cui Serenata in do maggiore si colloca nel solco tracciato oltre un secolo prima da Mozart e da Beethoven pur presentando in maniera evidente il proprio stile ricco di elementi della tradizione ungherese.

Compositore, direttore d’orchestra e pianista, Edward Benjamin Britten, è stato un vero e proprio enfant prodige della composizione, basti pensare alla sua Simple Symphony scritta ad appena dieci anni ed ancor oggi regolarmente eseguita. Britten scrisse il suo Phantasy Quartet op. 2 per oboe e archi quando aveva dicianno- ve anni ed era iscritto al Royal College of Music in occasione di un concorso, da lui già vinto l’anno precedente con un quintetto. Il brano è caratterizzato da un disegno formale rigoroso ma estremamente originale e riesce ad unire un fascino pastorale inglese con un disegno più europeo, venendo incontro al gusto del continente tanto da essere da subito eseguito regolarmente al di fuori della Gran Bretagna.